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OLIGARCHIA TECNOLOGICA

Big Brother, il “Grande Fratello”, il dittatore personaggio chiave dell’omonimo romanzo inglese creato da George Orwell nel 1984, è uscito per sempre dalla fiction letteraria. Ricordiamo la trama: nel superstato di Oceania, la società è controllata da un Partito che basa il suo potere sui principi del Socing, un socialismo estremo, il cui comandante supremo è il Grande Fratello, misterioso dittatore il cui viso compare ovunque nei teleschermi e nei manifesti di propaganda. Nella società narrata nel romanzo, ciascun individuo era tenuto costantemente sotto controllo dalle autorità, il Grande Fratello appunto.

È quel che succede attualmente, a opera di una oligarchia tecnologica insidiosa per la nostra democrazia. Nostra del mondo occidentale, quale è venuta formandosi da Atene della Grecia classica nel VI secolo a.C. e, massime, dalle rivoluzioni americana e francese in poi. Ormai la grande bugia è venuta a galla.

 

La tanto conclamata tecnologia digitale non è più soltanto la rivoluzione epocale innovativa che prometteva di dare una voce a tutti, di connettere il mondo e renderci tutti meno poveri e più liberi, il progresso sociale vero per intenderci. Adesso, con l’Intelligenza Artificiale concentrata nelle mani di pochi giganteschi proprietari, sfruttando il loro immenso reddito e il monopolio del know how di cui sono esclusivisti, un pugno di aziende americane: Amazon, Google, Microsoft, Meta, Apple e la Repubblica popolare di Cina riescono addirittura a influenzare opinione pubblica, mercati ed economie planetarie, governi e istituzioni, aggirare normative economiche e indirizzare politiche internazionali suscitando allarme per la tenuta di sicurezza, privacy e sovranità nazionale. Ecco perché si parla di oligarchia digitale. E di pericolo per la democrazia; il sistema esclude i tradizionali princìpi: pluralismo sociale, alfabetizzazione diffusa, assenza di diseguaglianze economiche estreme che la rendono efficiente ed efficace da un punto di vista socioeconomico.

Qualche spunto di riflessione sulla tesi che avanziamo.

Ricerca e sviluppo (R&D in inglese): le prime 2000 aziende globali in R&D, la maggior parte residenti in Usa, Cina e Giappone, detengono il 75% dei brevetti globali nel settore ICT, le tecnologie riguardanti i sistemi integrati di telecomunicazione, i computer, le tecnologie audio-video e relativi software, che permettono agli utenti di creare, immagazzinare e scambiare informazioni. E il 70% dei loro investimenti totali è concentrato nelle prime 200 società.

Le criptovalute, la moneta virtuale: solo il 4% dei soggetti detiene il 95% di tutti i bitcoin in circolazione, con l’1% che ne possiede metà; pochi attori dispongono di un potere finanziario enorme, svincolato dalle restrizioni del sistema bancario tradizionale.

Guerra cibernetica (cyberwarfare): negli ultimi anni, è emerso ancora di più come nel cyberspazio le infrastrutture digitali da cui dipendono la sicurezza cibernetica e fisica dei cittadini di uno Stato siano fortemente dipendenti dalle società private. Nei conflitti in corso le maggiori società del settore tech, ovvero alcuni membri dell’oligarchia tecnologica prima citata, stanno rivelandosi sempre più determinanti per le questioni di difesa e sicurezza nazionale nel dominio cibernetico dei singoli Paesi coinvolti o no in eventi bellici

Influenza politica dei leader tecnologici: quando alcuni individui (e poche aziende tecnologiche) che detengono il controllo della maggior parte delle infrastrutture digitali e delle innovazioni – dei social in particolare – sono in grado di determinare quali messaggi devono arrivare alla gente e come vengono percepiti, la loro facoltà/possibilità di influenzare a più livelli elezioni e decisioni politiche è davvero notevole. Anche la capacità economica di questi oligarchi è influente. Se nella “più grande democrazia del mondo” come si autodefiniscono gli Stati Uniti, la corsa all’elezione presidenziale necessita ormai di budget da almeno mezzo miliardo di dollari, possiamo ben dire che il pluralismo sociale cardine della democrazia è diventato una chimera.

Del resto, se gli Stati provano a regolamentare queste aziende, rischiano di comprometterne efficienza e competitività, con la perdita conseguente della leadership dello Stato sui mercati. L’alternativa?  Al momento, lasciare continuare la crescita incontrastata del potere di pochi.

E allora? Come ci si difende dalla grande bugia? È vero che, come asserisce il giornalista Federico Rampini sul Corriere del 17 /01/ 2025, nel suo Tutto quello che bisogna sapere sul «rischio oligarchie» negli Usa (e i precedenti storici) «oligarchie, poteri forti, conflitti d’interessi esistono anche laddove protagonisti non sono i capitalisti. Ci sono democrazie europee dove una influenza enorme viene esercitata da corpi burocratici, lobby e corporazioni, categorie professionali, sindacati, élite accademiche autoreferenziali» e quindi le oligarchie per noi del Vecchio Continente non dovrebbero essere una sorpresa. Questo però non ci esime dall’avere contezza dei rischi connessi alle cerchie dei potenti. E dal dovere di attrezzarci per aumentare, la nostra resilienza civile e democratica. Individuale e collettiva.

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